“Lu bambinieddu è scapulatu”: una tradizione che chiede di non andare perduta
Foto di Cicco De Leonardis
Un tempo bastava una frase, pronunciata con naturalezza, per raccontare un’intera atmosfera: «Lu bambinieddu è scapulatu». Parole semplici, cariche di significato, che accompagnavano riti, feste e momenti condivisi dalla comunità.
Ieri sera, al rientro della tradizionale processione del Bambinello in Chiesa Madre, un falò ha accolto i fedeli, creando un clima di calore, raccoglimento e partecipazione. Come da consuetudine, dopo le benedizioni, alcuni bambini hanno recitato poesie, regalando emozioni e sorrisi a chi era presente, rinnovando un rito che unisce generazioni.
Eppure, in mezzo a questo scenario familiare e sentito, un dettaglio ha colpito più di altri. Alla domanda del parroco se ci fosse qualche ragazzo disposto a declamare una poesia in dialetto, nessuna mano si è alzata. Nessuna voce si è fatta avanti. Un silenzio che ha parlato più di qualunque discorso, aprendo uno spazio di riflessione profonda.
Quel momento ha restituito l’immagine di una possibile frattura culturale, in cui il dialetto – un tempo lingua viva della quotidianità, delle relazioni e delle tradizioni – sembra oggi faticare a trovare posto tra le nuove generazioni. Non come strumento marginale o folcloristico, ma come parte autentica della nostra identità collettiva.
Non si tratta di puntare il dito contro i più giovani, né di alimentare nostalgie sterili. Piuttosto, emerge la necessità di riconoscere un disagio culturale che riguarda tutti: famiglie, scuola, comunità, istituzioni. Il dialetto non è solo un modo di parlare, ma un archivio di memoria, storia e valori che raccontano chi siamo stati e, in parte, chi siamo ancora.
Preservarlo e trasmetterlo non significa rinunciare al presente, ma rafforzare le radici su cui costruire il futuro. Valorizzarlo attraverso lo studio, la pratica e momenti di condivisione è un atto di responsabilità collettiva, affinché parole come «lu bambinieddu» continuino a vivere non solo nei ricordi, ma anche nelle voci di chi verrà dopo di noi.
